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Fogli e Parole d'Arte

Rivista d'arte on line, ha ricevuto il codice ISSN (International Standard Serial Number)
1973-2635
il 23 ottobre 2007.

Fogli e Parole d'Arte è diretta da
Andrea Bonavoglia (Roma)
e distribuita on line dalla società Ergonet di Montefiascone (Vt).

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Gli ebrei di Rembrandt, di Steven Nadler

 


«Amsterdam, estate del 1653. Inizio agosto. Un giorno di metà settimana. Il pomeriggio è caldo e umido, come tendono a essere in questa stagione, perfino in questo secolo di inverni rigidi. C’è del trambusto sul vialone che costeggia il canale, l’Houtgracht, dove i mercati di fiori e verdure sono gremiti di gente intenta a sbrigare le commissioni quotidiane. Si notano capannelli di persone che chiacchierano di vicende locali e si scambiano indiscrezioni sulla guerra contro l’Inghilterra: le cose sembrano essersi messe male per gli olandesi».

È questo l’incipit di Gli ebrei di Rembrandt, uno dei più recenti volumi sull’Olanda del XVII secolo; un incipit estremamente suggestivo che ci introduce immediatamente nel cuore della città di Amsterdam, guidandoci lungo le vie che il grande pittore nativo di Leida (1606-1669) doveva percorrere praticamente ogni giorno. L’edizione originale di questo libro di Steven Nadler, professore di Filosofia presso l’Università del Wisconsin-Madison, è del 2003 (con il titolo Rembrandt’s Jews) e, a distanza di più di dieci anni, è finalmente uscita nel 2017 presso Einaudi la traduzione italiana di Andrea Asioli; a partire dalle numerose opere con soggetti ebraici, l’autore si propone di documentare e, talvolta, ricostruire i complessi rapporti fra il pittore e gli altri abitanti del quartiere del Vlooienburg, fulcro del mondo ebraico di Amsterdam.  

Composto da cinque capitoli, corredato da una quarantina di illustrazioni e completato da un ricco apparato di note e da una bibliografia scelta, Gli ebrei di Rembrandt è un libro che si propone di indagare almeno tre ambiti diversi: la vasta produzione del grande artista olandese, costituita da dipinti, incisioni e disegni, il ruolo rivestito dagli ebrei sefarditi e ashkenaziti nel cosiddetto Secolo d’oro, e le caratteristiche socio-culturali dell’Olanda seicentesca. Il primo capitolo, intitolato Sulla Breestraat, offre una panoramica del già menzionato quartiere del Vlooienburg, nel quale aveva sede il mercato artistico di Amsterdam; qui, in una zona caratterizzata principalmente dalla presenza di artisti e mecenati, si trasferì Rembrandt nel 1639, dopo aver acquistato da Christoffel Thijs un elegante palazzo con giardino sul retro. Tale dimora, che era stata affittata in precedenza al mercante Balthasar Visscher, costò al pittore una somma altissima, tredicimila gulden. Il trasferimento in questa casa si verificò, peraltro, pochi anni dopo un altro evento personale di grande rilievo: il matrimonio del pittore con Saskia, nipote del mercante d’arte Hendrick van Uylenburgh. Dal 1634, anno delle nozze, al 1642, anno della sua morte, Saskia fu fedele compagna di vita dell’artista, madre dell’unico figlio Titus, nonché modella ispiratrice di numerosi dipinti e disegni.

Fig. 1  Fig. 2

Il capitolo successivo, che per densità di contenuti può essere ritenuto il più importante, è dedicato a una rassegna di opere in cui Rembrandt riproduce personaggi ed episodi più o meno celebri tratti dalla Torah e da altri testi biblici ebraici (il titolo del capitolo, Immagini idolatre, è significativo). Questo rapporto proficuo di un artista con una comunità religiosa rappresenta un unicum nella storia dell’arte europea; è certamente necessario procedere con cautela, al fine di evitare l’immagine banalizzante di un Rembrandt filosemita, attratto dalle antiche tradizioni di questo popolo e dall’aspetto particolare, quasi esotico dei suoi membri. Tuttavia, è indubbio il forte legame che si venne a creare tra il pittore e la comunità ebraica di Amsterdam; come scrive l’autore, «egli comprese questo popolo come nessun artista europeo aveva fatto in precedenza. Le loro storie, le loro leggende e soprattutto i loro volti sono temi salienti e ricorrenti nelle sue opere: ecco perché, quasi unico tra gli artisti non ebrei, è assai presente nei manuali illustrati di arte ebraica» (cfr. p. 49).

Molti di questi soggetti si incontrano frequentemente nell’arte occidentale (è il caso di Abramo, Isacco, Giacobbe, Giuseppe, Mosè e tanti altri). Eppure, alcuni dettagli iconografici sono indicativi; si pensi, per esempio, all’olio su tela del 1659 denominato Mosè distrugge le Tavole della Legge (Fig. 1). Mosè tiene in mano due lastre e non un singolo pezzo di pietra scolpita, presente nell’arte cristiana nordeuropea; al contrario, le Tavole separate rivelano un’aderenza alla tradizione ebraica. La vicinanza di Rembrandt a questa comunità religiosa è testimoniata anche da un altro elemento; se si osservano i ritratti databili alla metà del XVII secolo, è verosimile che egli abbia utilizzato come modelli alcuni dei suoi vicini di casa. Tale ipotesi pare confermata dalle due opere designate come Ritratto di giovane ebreo; la prima, un olio su legno risalente al 1648, è conservata alla Gemäldegalerie di Berlino; la seconda, un olio su tela del 1663, è oggi visibile al Kimbell Art Museum di Fort Worth (Fig. 2). Si tratta di due dipinti estremamente somiglianti; in entrambi i casi, infatti, il giovane raffigurato ha i capelli ondulati e una barba di media lunghezza, indossa abiti scuri e reca sul capo la kippah, il tipico copricapo a forma di zuccotto indossato dai maschi osservanti.

A una figura realmente esistita è dedicato il terzo capitolo (Il rabbino infelice). Il personaggio in questione è Menasseh ben Israel, definito da Nadler «forse l’ebreo più famoso in Europa» (cfr. p. 123); egli era nato nel 1604 nella colonia portoghese di Madeira, aveva trascorso un certo periodo in Francia, a La Rochelle, ed è conosciuto soprattutto per la sua grande cultura, oltre che per le numerose attività a cui si dedicò (fu studioso, filosofo, diplomatico, insegnante, curatore, traduttore, stampatore). Menasseh ben Israel è il soggetto di alcune acqueforti realizzate da vari artisti dell’epoca, come Salom Italia e, naturalmente, Rembrandt (Fig. 3). Il suo rapporto con Rembrandt diede origine a una ricca collaborazione; il pittore olandese realizzò, infatti, una serie di incisioni per il suo libro Piedra gloriosa, o de la estadua de Nebuchadenasar, uscito ad Amsterdam nel 1655. Tale opera, scritta in spagnolo al fine di essere letta e compresa da un vasto pubblico, mirava a ricostruire la storia del popolo ebreo; in particolare, «il volume si prefiggeva l’obiettivo di offrire conforto spirituale a lungo termine a ebrei e cristiani in vista dell’avvento dell’era messianica» (cfr. p. 156).

Fig. 3

  Fig. 4

Di grande interesse storico-culturale sono gli ultimi due capitoli, intitolati rispettivamente Esnoga e Il mondo a venire; il quarto verte sull’inaugurazione della nuova sinagoga portoghese del 1675, forse la più sontuosa d’Europa. Tale evento è documentato da alcune incisioni, di cui si ricorda in primo luogo quella di Romeyn de Hooghe (Fig. 4); essa si trova al Rijksmuseum di Amsterdam, lo stesso museo che ospita La sposa ebraica di Rembrandt, un olio su tela realizzato nel 1666 circa da cui è tratto il dettaglio riportato sulla copertina del libro. Il quinto capitolo, infine, amplia il punto di vista del lettore sulla capitale olandese del XVII secolo che, oltre alla fioritura artistica, conosce l’attività di numerosi intellettuali; qui, infatti, nasce nel 1632 Baruch Spinoza, e questa sezione si apre proprio con un riferimento al funerale della madre di quest’ultimo, avvenuto nel 1638 (non si dimentichi che Steven Nadler è uno dei più grandi studiosi del filosofo olandese).

Tra i pregi del volume vi è, senza ombra di dubbio, la volontà di offrire un quadro il più ampio possibile della città di Amsterdam durante il Secolo d’oro; sebbene un posto di rilievo sia occupato dalle opere di Rembrandt, la vera protagonista del testo è la capitale olandese, i cui ambienti caratteristici (strade, canali, sinagoghe) sono efficacemente descritti dall’autore con uno stile fluido e piacevole alla lettura. Chi cerca nel libro una ricostruzione puntuale della produzione artistica di Rembrandt risalente agli anni trascorsi nel quartiere del Vlooienburg potrebbe forse rimanere deluso; d’altra parte, bisogna ricordare che l’autore non è uno storico dell’arte di professione, e che quest’opera, come si legge sul retro della copertina, vuole essere innanzitutto «un viaggio coinvolgente lungo i canali e sotto i cieli annuvolati dell’affollata Amsterdam, tra personalità fuori dal comune, accese discussioni e splendidi capolavori artistici».

 

Didascalie delle immagini 

Fig. 1, Rembrandt, Mosè distrugge le Tavole della Legge, 1659, olio su tela, Gemäldegalerie, Berlino.

Fig. 2, Rembrandt, Ritratto di giovane ebreo, 1663, olio su tela, Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas.

Fig. 3, Rembrandt, Menasseh ben Israel, 1636, acquaforte, Museum of Art, Dallas.

Fig. 4, Romeyn de Hooghe, L’inaugurazione dell’Esnoga nel 1675, 1675, incisione, Rijksmuseum, Amsterdam.

 

Scheda tecnica

Steven Nadler, Gli ebrei di Rembrandt, traduzione di Andrea Asioli. Giulio Einaudi editore (Saggi), Torino 2017, pp. X – 278, ISBN 978-88-06-23558-1, 32,00 .