Fogli e Parole d'Arte

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il 23 ottobre 2007.

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L'Arte dei folli, di Hans Prinzhorn


Primo interesse di Hans Prinzhorn (Hemer, 1866 – Monaco, 1933) fu senz'altro l'arte. Laureatosi in Storia dell'arte sfrutterà le conoscenze acquisite per analizzare e descrivere le opere artistiche dei malati mentali, dopo una seconda laurea in Medicina. Il libro L'attività plastica dei malati mentali, traduzione dell'originale Bildnerei der Geisteskranken (1922), nasce dopo aver prestato servizio presso la clinica psichiatrica tedesca di Heidelberg, dove si occupò dei disegni e delle pitture dei pazienti.

Contemporaneo del padre della psicoanalisi, Freud, e di artisti “degenerati” quali Chagall, Kandinsky, Klee, Munch e Picasso, Prinzhorn cercherà di spiegare la produzione artistica dei malati mentali comparandola con quella degli espressionisti.

Nella prima parte dell'opera l'autore si preoccupa di precisare il contenuto del suo pensiero, sottolineando sin dall'inizio l'importanza dell'uso del termine “produzione plastica” a discapito di “arte”, sfruttata indefessamente. Prinzhorn individua un sottile legame tra sentimento dello schizofrenico e la costruzione plastica dell'artista moderno, dimostrandone alcuni punti comuni quali il rifiuto del reale e il ritorno all'io. Quindi, i sintomi che colpiscono il soggetto malato, così come l'artista moderno, si plasmano nell'espressione di pulsioni interne, primigenie e astratte.

Fondamentale nel pensiero prinzhorniano è il concetto di Gestaltung (creazione), interpretabile sia come un nucleo essenziale e sovraindividuale di colui che crea, sia come bisogno psichico di tradurre plasticamente dei contenuti interni. Prinzhorn rifiuta, inoltre, la disparità tra arti maggiori e minori, poiché frutto di uno stesso impulso artistico.

Se precedentemente le opere artistiche dei malati mentali venivano sottovalutate, con Prinzhorn questo tipo di produzione artistica è di notevole importanza, limitandone ogni giudizio di valore estetico.

Ciò che l'autore tedesco individua nella produzione schizofrenica, e indirettamente nelle opere espressioniste, sono il gioco sfrenato, la monumentalità ornamentale, la frammentarietà figurativa ed i temi religiosi o erotici.

Nei capitoli successivi Prinzhorn compone una rassegna di tutti gli elementi che sono coinvolti nella Gestaltung non necessariamente legata alla sola produzione dei suoi pazienti.

Gli schizofrenici, essendo incapaci di comunicare con elementi espressivi come le persone non malate, abbattono la barriera tra l'io e l'esterno mediante, appunto, produzioni plastiche.

Per arrivare alla Gestaltung due pulsioni sono principalmente coinvolte: la “pulsione al gioco o di attività” e quella “ad ornare”, portando così all'elaborazione di scarabocchi disordinati e non figurativi.

L'analisi degli scarabocchi dei malati mentali fu il primo approccio che Prinzhorn ebbe nella clinica di Heidelberg. Spiegò ciò come il frutto dell'assoluta mancanza di rappresentazione intenzionale, traducibile come pulsione ludica/attività. Prinzhorn approfondisce il concetto di pulsione al gioco, sottolineando che a questa segue poi l'interpretazione, cioè il ricondurre forme casuali oggetti o profili già noti, assimilabile alla pareidolia.

La seconda pulsione, quella ad ornare, è sempre stata considerata all'origine dell'attività artistica. L'autore spiega che con “ornare” intende una spontanea elevazione d'importanza dell'oggetto mediante un elemento che lo arricchisce.

Quando si arriva alla produzione di scarabocchi disordinati si ha la possibilità di avere altre produzioni, causate da altrettante pulsioni: l'ornamento decorativo e la riproduzione.

Nel primo caso si giunge quando il soggetto è indotto dalla “tendenza all'ordine” a creare forme che, anche se all'apparenza caotiche, rispettano un proprio ordine.

Nel secondo tipo di produzione gioca un aspetto fondamentale la “pulsione d'imitazione” che porta, appunto, alla riproduzione di un oggetto non reale.

Infine, se alla produzione di scarabocchi si allinea il “bisogno di simboli”, si arriva ad una Gestaltung simbolica ed astratta in cui l'oggetto rappresentato è parte stessa dell'essere rappresentato. Si tratta dunque di una tendenza che richiama visibili complessi di sentimenti non visibili per natura.

Nella seconda parte del libro, intervallato da immagini in bianco e nero delle opere trattate dall'autore, Prinzhorn presenta la descrizione e l'analisi di alcune opere e la loro comparazione con l'arte contemporanea.

Nel primo capitolo l'autore presenta scarabocchi e disegni elementari, suddividendoli in base al soggetto che questi presentano. Negli scarabocchi precisa che non si possa concludere da questi la condizione patologica poiché, spesso, il tratto indeciso e goffo è dovuto alla mano inesperta dell'autore. I disegni ornamentali, invece, mostrano una esuberanza di elementi.

Per quanto riguarda i disegni figurativi Prinzhorn ripete che l'incertezza del tracciato o i tratti apparentemente infantili non riconducono a processi patologici. Infatti, afferma l'autore, osservando i disegni di adulti inesperti non malati ci si accorge che questi modellano in maniera ancora “infantile”.

Tutti e tre le tipologie dei soggetti sono accomunate dall'assenza di spazi vuoti. Questo horror vacui, spiega Prinzhorn, non è spiegabile semplicemente da un'esperienza d'angoscia o dal bisogno irrefrenabile di riempire ludicamente una superficie.

Vengono presentate poi le produzioni plastiche più complesse. In queste opere Prinzhorn rintraccia la particolarità più ricorrente di pulsione al gioco, ossia una pulsione che non è ancora orientata verso uno scopo. Il medico tedesco ammette che, effettivamente, è difficile decidere dove ha inizio un piacere ludico d'indizio patologico.

La pulsione ludica, presente in ogni produzione artistica, è l'input, lo stimolo primario che da una fantasia porta ad una significazione. Ciò è invece assente nella produzione del malato mentale, dove si dedica senza tregua al suo passatempo.

Nei capitoli successivi Prinzhorn introduce una comparazione tra i diversi tipi di Gestaltung (infantile, primitiva, medianica) per poi trattare abbondantemente del tipo schizofrenico. Da sottolineare è che in questa parte, l'autore, per spiegare ad esempio l'impetuosità del tratto di uno dei malati analizzati lo accomuna a Van Gogh, asserendo che, se la modalità in cui le linee vengono rappresentate non sono indice di patologie, esse possono comunque indicare la mano esperta di un artista poi ammalatosi. Proprio come accadde al pittore olandese.

Prinzhorn cerca di spiegare che le opere di schizofrenici non sono rintracciabili in quanto produzioni di persone malate, ma contemporaneamente esse riescono a trasmettere un senso di inquietudine, proprio come avviene nelle opere degli espressionisti.

In conclusione al testo è presente una sezione con schede degli artisti malati presentati nel libro e che costituiscono la Collezione Prinzhorn di Heidelberg.

Una frase, nella parte finale del libro, meglio espone il pensiero prinzhorniano: “Ci troviamo di fronte ad un fatto sorprendente: l'affinità tra il sentimento del mondo schizofrenico e quello che si manifesta nell'arte contemporanea può essere descritta con gli stessi termini”, e ci porta a comprendere il sottile limite che si interpone tra la cosiddetta Art Brut e le produzioni artistiche contemporanee.

Il trait d'union tra Bildnerei dei malati mentali e degli espressionisti che opera Prinzhorn si riscontra non nella più o meno fedele riproduzione dell'oggetto rappresentato, bensì nel particolare significato che quell'oggetto assume per il disegnatore stesso.

L'importanza dell'opera di Prinzhorn è considerevole non solo perché fu un pioniere nella valutazione delle manifestazioni patologiche, ma anche per essere riuscito a leggere e confrontare due mondi che solitamente vengono considerati lontani tra loro.


 

Scheda tecnica

Hans Prinzhorn , L'Arte dei folli. L'attività plastica dei malati mentali, Mimesis, Roma 2011; ISBN 978 88 575 0559 6; €15,00; 143 pagg.

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